18 gennaio 2006
OMICIDIO ANNALISA; GIULIANO, NON HO SPARATO
'QUELLA SERA MI VOLEVANO UCCIDERE SOLO PER IL COGNOME CHE PORTO'
NAPOLI - Non ha mai posseduto una pistola,
tanto meno ne impugnava una la sera del delitto, e chi gli ha
teso l'agguato l'ho ha fatto solo per il nome che porta. Un nome
oggi marchiato di infamia per la decisione di tanti familiari,
un tempo boss incontrastati della camorra di Forcella, di
collaborare con la giustizia. E' la ''verita''' di Salvatore
Giuliano, il 19enne pregiudicato del rione Forcella che ha
deposto al processo, davanti alla quarta sezione della Corte di
Assise, per l'omicidio della 14enne Annalisa Durante, uccisa per
errore durante una sparatoria la sera del 27 marzo 2004.
Per oltre due ore Giuliano ha risposto alle domande dei
giudici della Corte (il presidente Giustino Gatti e il giudice a
latere Isabella Iaselli), del pm Raffaele Marino e dei suoi
difensori, gli avvocati Giacomo Mungiello e Bartolomeo Giordano.
L'imputato ha fornito la sua versione dei fatti, soffermandosi
soprattutto sulla ricostruzione della dinamica dell'agguato, che
contrasta con le conclusioni degli inquirenti: l'accusa sostiene
infatti che egli abbia sparato per rispondere al fuoco aperto
dai due sicari e che ad uccidere la ragazza sia stato un
proiettile partito quasi certamente dalla sua arma; lui afferma
invece che era disarmato e che a sparare furono quindi solo i
suoi aggressori, ai quali sfuggi' riparandosi dapprima dietro
un'auto in sosta e mettendosi a correre verso vico Carbonari a
Forcella, dove riusci' poi nascondersi nel proprio appartamento.
''Solo quando all'inizio del vicolo mi voltai per un attimo per
vedere se mi stavano inseguendo ho visto per terra il corpo di
Annalisa''.
Secondo l'accusa, Salvatore Giuliano faceva da guardaspalle
armato allo zio Ciro Giuliano, detto 'o Barone. L'imputato ha
negato con decisione ed ha affermato di aver invece sempre
lavorato: ''Ho fatto di tutto, il salumiere, il macellaio, il
meccanico. Con un mio amico facevo 'il magliaro', mi recavo a
Bologna o a Milano a vendere biancheria a domicilio. Volevo
allontanarmi per quanto possibile da Forcella''. Ha anche
ammesso il coinvolgimento nelle due vicende giudiziarie per le
quali negli anni scorsi era finito in carcere: una rapina a
Roma, bottino un orologio (''una mia stupidaggine di
minorenne''), e il tentativo di estorsione in un cantiere.
''Ma perche' mai avrebbero dovuto tendere un agguato nei suoi
confronti?'', ha domandato il pm. ''Ci ho riflettuto, anche dopo
l'uccisione di mio zio. E' una vendetta trasversale per il
cognome che porto e che ancora oggi mi pesa''. (ANSA).
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